Eventi e Turismo | 10 giugno 2021, 12:31

Dedicata ad Alberto Burri la biennale d’autunno della Fondazione Ferrero

Visitabile ad Alba da ottobre a gennaio "La poesia della materia", retrospettiva in 40 opere sul pittore di Città di Castello, un precursore nel panorama dell’arte nazionale e internazionale del secondo Novecento

Dedicata ad Alberto Burri la biennale d’autunno della Fondazione Ferrero

Dopo le retrospettive dedicate a Giacomo Balla, a Felice Casorati e ai movimenti dadaista e surrealista, saranno quaranta opere dell’artista umbro Albero Burri (Città di Castello 1915 - Nizza 1995) a riportare la grande arte nazionale e internazionale nella sale della Fondazione Ferrero di Alba.

Ormai alle spalle il rinvio imposto lo scorso anno dalla pandemia, i locali della fondazione di Strada di Mezzo 8 torneranno così a ospitare le migliaia di visitatori che abitualmente ne affollano le biennali a partire dal prossimo 9 ottobre, data di apertura di "Burri. La poesia della materia", esposizione che, organizzata in collaborazione con la Fondazione Burri, proseguirà sino al 30 gennaio 2022, portando così uno straordinario contributo culturale al calendario di proposte in corso di allestimento per un autunno albese che si spera di definitiva ripartenza.  

I contenuti di questa nuova e grande esposizione sono stati anticipati nel corso della presentazione tenuta nel pomeriggio di ieri, mercoledì 9 giugno, nell’auditorium della sede a che affianca gli stabilimenti della multinazionale dolciaria, alla presenza di Maria Franca Ferrero, che della Fondazione è presidente, della nuora Luisa Strumia e del direttore generale dell’ente Bartolomeo Salomone.  

Alla famiglia industriale albese e alla fondazione albese sono così andati il ringraziamento del filosofo e critico d’arte Nicola Davide Angerame, che ha sottolineato la valenza delle iniziative culturali che la Fondazione Ferrero ha iniziato a programmare a partire dall’ormai lontano 1996, facendo fede a quel "donare" che insieme a "lavorare" e a "creare" rappresenta uno dei termini del motto cui la stessa si ispira: "Non solo aiuto materiale, ma una generosità culturale che in questi decenni ha portato all’organizzazione di momenti di grande arte".

A Bruno Corà, presidente della Fondazione Palazzo Albizzini «Collezione Burri» di Città di Castello e curatore della mostra, il compito di presentare uno dei massimi nomi del Novecento italiano e di anticipare i contenuti di un’esposizione dedicata a "un autore sì noto, ma la cui opera presenta tanti segreti ancora da scoprire". Un artista che ha dato un grande contributo all’arte italiana del secolo breve, "uomo schivo e anticonformista, molto severo con gli altri ma soprattutto con sé stesso, che eticamente ha combattuto una battaglia durissima", ha ricordato Corà, che anticipando parte della testimonianza della consulente artistica Eva Menzio, ha sottolineato come, "nonostante richieste arrivate da tutto il mondo, volle che tutta la sua produzione rimanesse in Italia, facendone dono a Città di Castello, al luogo che gli aveva dato i natali e dove aveva ricevuto la sua educazione".

Il curatore si è dedicato quindi all’oggetto della mostra, a partire dal suo evocativo titolo. "La poesia è un’entità che si può produrre con molteplici linguaggi. In Burri la materia si anima di una genialità che prima non aveva. L’artista le conferisce una forma, una spazialità, un’aurea. Questa diventa un elemento magnetico, che si trasmette".
I materiali utilizzati dal pittore perugino sono così i più poveri e i più obsoleti. "Lì era la sfida, perché le materie sono tutte uguali, ma ci vuole uranio puro per trasformarla in un’arte la cui fruizione non può però essere inerte, non è gratis, anche quella richiede un lavoro (…)".

La sua pittura è invece "una logica individuale dell’artista, non è mera tecnica", ha rimarcato allora Corà, ricordando come il pittore umbro, che dopo essersi laureato in Medicina si avvicinò all’arte durante la Seconda Guerra mondiale, per dare un senso alle giornate da recluso nei campi di prigionia prima in Inghilterra, quindi negli Usa, in Texas, sia stato un precursore nell’utilizzo dei materiali. "Per primo utilizzò le combustioni e i tessuti, nel 1950, prima di Rauschenberg, prima di Jasper Johns. Intanto vennero l’utilizzo della fiamma ossidrica, del catrame (1948), della pietra pomice. E ancora i legni, i ferri, i tessuti, la plastica, il caolino, il vinavil e le colle".
"Fece del nero un colore intimo. Coi suoi 'gobbi', estroflessioni verso l’esterno create nella tela, aggiunse una dimensione alla pittura. Con le combustioni della plastica nobilitò e drammatizzò anche questo materiale", ha spiegato ancora Corà, per poi ricordare l’imponente opera di "land art" che Burri realizzò col suo Cretto di Gibellina (1985-1989, ultimata poi nel 2015, dopo la morte dell’artista), "un sudario di 9 ettari sulle macerie della città siciliana distrutta dal terremoto del 1968".

L'architetto Tiziano Sarteanesi, componente del comitato esecutivo della Fondazione Burri, ha quindi illustrato le caratteristiche dell’allestimento che verrà realizzato alla Fondazione Ferrero (estendendosi alla sede di Palazzo Banca d’Alba per quanto riguarda una serie di documenti sul cretto di Gibellina) per rappresentare al meglio le opere dell’autore perugino, ripartite in otto sale, per prevedere "le giuste pause e distanze tra i quadri e le tecniche, con una speciale attenzione agli sfondi, dal bianco sporco al nero", sul modello delle esposizioni che Burri volle per il recupero degli "ex seccatoi del tabacco", che nella sua Città di Castello ne ospitano i "grandi cicli pittorici".

A Eva Menzio, che l’autore conobbe in vita e che fortemente ha voluto questa mostra, il compito di portare un contributo personale nel tracciare un ritratto dell’uomo Alberto Burri: "Una figura di un rigore estremo, che si poteva cogliere nelle sue case, semplici, spoglie, che in qualcosa ricordavano i conventi e la vita dei santi della sua terra d’origine. Aveva una vita semplice e amava le cose funzionali, come la sahariana che indossava sempre e che gli serviva per portare con sé gli obbiettivi della sua inseparabile macchina fotografica, o il percorso a ossigeno di cui dotò la sua casa per poter continuare a lavorare, quando le sue condizioni di salute iniziarono a limitarne i movimenti". Non amava il grande pubblico, ma era un uomo di grande socievolezza e compagnia: "Da militare aveva prestato servizio a Cuneo, sapendo delle mie origini mi chiese di preparargli una 'bagna caoda', la cui ricetta telefonò subito a casa", ricorda con un sorriso Eva Menzio, offrendo una dimensione umana e personale di un artista le cui opere sono oggi esposte in alcuni fra i più importanti musei del pianeta, dal Centre Pompidou di Parigi al Guggenheim di New York e alla Tate Gallery di Londra.

Ezio Massucco

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