Non è solo una questione tecnica o amministrativa. Il biodigestore di Taggia, infrastruttura chiave per il ciclo dei rifiuti della provincia di Imperia, torna al centro del dibattito politico con un confronto che riflette anni di tensioni, aspettative e diffidenze. In Consiglio comunale, l’interrogazione del gruppo “Progettiamo il Futuro” e la successiva convergenza su una mozione condivisa hanno riportato alla luce tutte le fragilità di un progetto strategico, ma ancora attraversato da incertezze.
A riaprire il dossier è stato il consigliere Gabriele Cascino, che ha spiegato come l’interrogazione – depositata l’8 aprile – sia nata “per cercare di comprendere” le condizioni attuali del progetto, soprattutto alla luce delle notizie emerse nelle ultime settimane. Il nodo è quello del socio finanziatore, previsto nel piano economico-finanziario dell’opera e ora venuto meno. “La notizia che questo socio finanziario non abbia i requisiti, o che il soggetto attuatore abbia deciso di non avvalersene, ci ha fatto venire dei dubbi”, ha spiegato, sottolineando come l’impianto sia “a servizio di tutta la comunità provinciale”.
Un passaggio che trova riscontro anche negli atti formali depositati in Comune, dove si evidenziano “possibili criticità nella struttura economico-finanziaria del progetto” dopo il ritiro della richiesta di ingresso del socio . Una criticità che, nella lettura dell’opposizione, rischia di incidere non solo sui tempi, ma sulla tenuta complessiva dell’opera.
Eppure, il quadro non è univoco. Cascino stesso riconosce i benefici attesi: “Finalmente questa provincia potrà avere un trattamento rifiuti più moderno”, con ricadute anche sulla Tari. Ma proprio qui emerge il paradosso politico: Taggia, territorio individuato per ospitare l’impianto, si trova a sostenere un “doppio danno”, tra impatto locale e costi ancora a carico dei cittadini.
La risposta del sindaco Mario Conio si muove su un doppio binario. Da un lato, il riconoscimento delle preoccupazioni: “L’interrogazione cela doverose preoccupazioni, che sono preoccupazioni della comunità”. Dall’altro, la difesa dell’impianto, definito “una soluzione da perseguire, seppur in grave ritardo”. Un ritardo che lo stesso primo cittadino non esita a definire “colpevole”, frutto di anni di rinvii e scelte mancate a livello territoriale.
Sul piano tecnico, Conio chiarisce come il piano economico-finanziario prevedesse una struttura mista, tra capitale proprio, accesso al credito e, appunto, un socio finanziatore. “La verifica dei requisiti ha portato risultati non ottimali”, ammette, spiegando che il Comune non era a conoscenza preventiva della situazione. La Provincia, tuttavia, avrebbe confermato che “il cronoprogramma ad oggi è ancora in linea”, pur a fronte di “una serissima preoccupazione” da parte dell'amministrazione comunale per le fasi successive, quelle più onerose legate alla parte impiantistica.
Il rischio, evocato senza giri di parole, è quello di un’opera incompiuta. “Il rallentamento sarebbe un fallimento per tutta la comunità provinciale”, osserva il sindaco, ricordando che senza l’impianto non sarebbe possibile chiudere il ciclo dei rifiuti sul territorio.
Ma è su un altro punto che il confronto politico trova la sua sintesi, almeno temporanea: la destinazione dell’area. La cosiddetta discarica di servizio, prevista come parte funzionale del progetto per ospitare materiali inertizzati, diventa il terreno di convergenza tra maggioranza e opposizione. Il timore, espresso da Cascino, è che “per questioni emergenziali o ritardi” si possa “snaturare” la funzione originaria, trasformando l’area in un sito di stoccaggio diverso da quello previsto.
Una preoccupazione che riecheggia anche nella mozione presentata in Provincia, dove si parla esplicitamente del rischio che l’area possa essere “convertita in siti di stoccaggio o discarica di rifiuti, in deroga alle pianificazioni originali” . Da qui la richiesta di “ratificare formalmente il vincolo di destinazione d’uso”, escludendo qualsiasi utilizzo alternativo.
Su questo punto, il Consiglio comunale di Taggia ha trovato una linea comune. Dopo una sospensione della seduta di circa 20 minuti e un confronto tra le parti, è stata approvata all’unanimità una mozione che impegna sindaco, giunta e consiglio a farsi garanti presso gli enti competenti affinché l’area “mantenga esclusivamente la funzione per la quale è stata progettata” e non sia soggetta a variazioni.
Un passaggio politico significativo, che non cancella le tensioni ma segna un punto di equilibrio. Conio stesso ha ammesso la necessità di vigilare: “Non vorrei che qualcuno avesse la tentazione di utilizzare quell’area in modo diverso”. E Cascino ha rilanciato l’idea di un impegno condiviso, affinché la comunità – “che ha già dato” – possa pretendere il rispetto delle regole e degli obiettivi.
Resta ora il tempo delle verifiche. Il biodigestore di Taggia continua a essere un progetto sospeso tra necessità e diffidenza, tra urgenza ambientale e memoria di scelte contestate. In gioco non c’è solo un impianto, ma la credibilità di un intero sistema nella gestione dei rifiuti e nella capacità di mantenere le promesse fatte ai cittadini.



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