Politica | 13 ottobre 2021, 18:20

«La sicurezza non è un tema, è un valore da garantire. Ecco il nostro progetto»

Matteo Bianchi e la sua coalizione insistono sul punto: «Galimberti si è mosso con azioni “una tantum” che hanno denotato mancanza di visione e di competenza. Non possiamo più tollerare che i varesini abbiano paura: bisogna agire di squadra iniziando da una mappatura del disagio sociale, perché il problema va affrontato a monte»

«La sicurezza non è un tema, è un valore da garantire. Ecco il nostro progetto»

«Da quando è normale avere paura?»

Inizia da una semplice domanda la riflessione del candidato sindaco Matteo Bianchi e della sua coalizione sul tema della sicurezza, oggetto tra l’altro ieri sera di una fiaccolata per le vie più problematiche della città (leggi qui).

«Ci sono aspetti fondamentali della vita che dovrebbero essere quasi scontati: la percezione della sicurezza e della tutela personale sono tra questi. E non sono dei “temi” su cui discutere, ma solo  e semplicemente dei valori da garantire. Non è più tollerabile che una persona rinunci a un’azione della propria quotidianità perché non si sente sicura oppure che bambini, donne e anziani siano costretti ad assistere a scene di violenza: purtroppo, però, negli ultimi anni a Varese è accaduto questo».

Da questi pensieri nasce un intento programmatico in cui l’aspirante primo cittadino si pone come garante di un vero e proprio progetto e di una squadra con competenze specifiche adatte a portarlo a termine, «in maniera completamente diversa rispetto alla giunta uscente, che ha agito con azioni “una tantum” senza la visione sistemica invece necessaria, mancanza che ha denotato le scarse sensibilità ed empatia sulla questione di chi ha governato fino a ora».

Come si “garantisce” la sicurezza? «Con l’esperienza di chi ha già svolto certi compiti e sa cosa fare. Ma soprattutto legando il concetto di sicurezza a un’azione di mappatura del disagio sociale presente in città. Il problema va infatti affrontato a monte, non servono solo i deterrenti come i presidi di polizia. Dove ci sono degrado e immigrazione clandestina, per esempio, si è più portati a delinquere: agire in questi ambiti, riqualificare e rilanciare, significa porre le basi per risolvere quel disagio che spinge alla delinquenza».

Insomma, l’assioma è chiaro: «Se non sai mappare il disagio, non lo puoi misurare e quindi non lo puoi correggere».

Nella manifestazione di ieri, davanti alla folla che ha sfilato per le vie di Varese c’erano diverse donne, appartenenti al mondo della politica ma anche private cittadine. Il particolare funge da assist per i sostenitori di Matteo Bianchi al fine di ricordare un tema sollevato nelle scorse settimane (leggi qui): «Avevamo fatto una semplice domanda all'amministrazione attuale: "Cosa avete fatto concretamente in questi anni per le donne di Varese?” La risposta che abbiamo ricevuto è stata emblematica: un assoluto silenzio, interrotto soltanto dalla marcia di ieri sera delle donne di centrodestra, marcia in cui tra l’altro abbiamo ascoltato aneddoti di terrore. Questo silenzio ha un peso, perché racconta l'assenza di una visione concreta di conciliazione tra essere umano e lavoro e l’assenza di competenze specifiche».

Il punto toccato genere un’altra conclusione: «Non ci si può mostrare solo “spot”, come avvenuto in diversi casi (per esempio il “Parco dei Nonni”, diventato poi un parcheggio…). La città non vive di cartelloni pubblicitari. Ci vuole un facilitatore della conciliazione tra vita e lavoro, un sindaco che sappia integrare servizi educativi, assistenziali e di mobilità agevole, imparando a collaborare con le persone con sensibilità e competenza».

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