Politica | 08 novembre 2019, 07:00

L'europarlamentare Gianna Gancia: "È da più di venti anni che il Piemonte è immerso in una crisi morale"

Riceviamo e pubblichiamo

L'europarlamentare Gianna Gancia: "È da più di venti anni che il Piemonte è immerso in una crisi morale"

Questo è il testo della lettera che l'europarlamentare Gianna Gancia ha inviato al quotidiano nazionale "Il Corriere della Sera".

"Il Piemonte ha due peculiarità, che vengono troppo spesso dimenticate. La prima è che il Piemonte è lo Stato italiano che ha la storia più lunga. Una storia che risale almeno al XIII secolo, quando tutto il resto d’Italia era dominato dalla civiltà dei Comuni, ovvero dalla frammentazione del potere politico. La seconda è che il Piemonte, dalla sua costituzione, non è mai stato governato, né direttamente né indirettamente, da alcuna potenza straniera. Questo non è stato vero per nessun’altra area dell’Italia, dal Nord al Sud.

Il Piemonte si è sempre autogovernato, ed ha saputo garantire la propria indipendenza con la politica e con le virtù militari. Il fatto che il processo di unificazione che ha trasformato la Nazione italiana nello Stato unitario italiano sia partito dal Piemonte, sia stato fortemente voluto dal Piemonte, e sia stato portato a termine dal Piemonte, è stata la naturale conseguenza di questa sua lunga storia di indipendenza. Nessuna altra area dell’Italia, anche più prospera – come ad esempio la Lombardia – ha avuto e poteva avere la capacità di far fare alla Nazione italiana questa evoluzione. L’Italia è entrata nella modernità grazie al Piemonte. Nessun revisionismo può anche minimamente indebolire questa fondamentale verità storica.

Dopo l’unità, il Piemonte ha dato all’Italia il sistema politico, la struttura amministrativa, il sistema delle leggi civili e penali. Un sistema che era tra i migliori d’Europa, come testimonia il codice penale di Zanardelli, che abolì la pena di morte in un’epoca in cui questa vigeva quasi ovunque in Europa.

La trasformazione industriale del Piemonte, che inizia già a metà dell’Ottocento, fu fortemente influenzata dal carattere delle istituzioni politiche ed amministrative piemontesi. L’imprenditorialità piemontese è sempre stata caratterizzata da una logica di sistema, da uno spirito organizzativo rigoroso, da un forte rispetto per le istituzioni politiche e la pubblica amministrazione. Si è spesso detto, e con ragione, che nell’impresa e soprattutto nell’industria i piemontesi hanno trasfuso il meglio delle virtù militari che avevano sempre garantito la loro indipendenza.

Oggi il Piemonte vede un declino economico relativo. Un declino che invero non riguarda tutto il Piemonte, perché diverse sue aree, anche molto vaste, vedono invece un’economia prospera. Un declino che non riguarda tutte le imprese, tante delle quali sono in ottima salute, e si situano ai vertici mondiali della tecnologia. Il declino riguarda soprattutto le aree dove vi era il maggiore insediamento delle grandi industrie meccaniche, ovvero la provincia di Torino, l’area di Ivrea, ed altre aree del Piemonte orientale. Il destino della Fiat è ovviamente magna pars di questa situazione.

Perché è avvenuto tutto questo? Si sente spesso dire che il declino era inevitabile, perché il Piemonte era troppo legato ad un settore, quello meccanico ed in particolare dell’automobile, che è diventato maturo, se non obsoleto. La spiegazione davvero non tiene. Perché certo il declino non ha riguardato una regione come la Baviera, che dal settore meccanico ed automobilistico ha continuato a trarre una grande ricchezza. La crisi dell’industria meccanica non spiega perché Torino abbia perso la sua leadership in settori che con la meccanica hanno poco o nulla a che fare: la sua leadership nell’editoria, la sua leadership nella moda, la sua leadership nell’audiovisivo.

Luigi Einaudi, che fu piemontese nello spirito ancor più che per nascita, soleva dire che non esistono crisi economiche: tutte le crisi nascono come crisi morali, che si trasformano in crisi economiche. Credo che per il Piemonte sia avvenuto davvero questo. È da più di venti anni che il Piemonte è immerso in una crisi morale. Una crisi di identità, una crisi di fiducia nelle proprie capacità creative e produttive, una crisi della propria cultura.

Progressivamente il Piemonte, e soprattutto Torino, ha perso fiducia in se stesso. E questa mancanza di fiducia si è riflessa nei comportamenti delle sue élites politiche. Invece di spingere verso l’innovazione, verso l’apertura al mondo, esse hanno proposto un modello di sostanziale immobilismo. La classe politica si è sempre più preoccupata di come distribuire una ricchezza sempre meno tale, e non di aumentarla. All’orgoglio industrialista, che univa imprenditori e maestranze, anche nei momenti di più forte contrapposizione, si è vieppiù sostituita, anche tra la classe intellettuale, una ideologia che considera l’industria come un male, magari necessario una volta, ma possibilmente da superare.

Il Tav è la storia emblematica di tutto questo. Si è spesso detto che lo spaventoso ritardo nella sua realizzazione è stata dovuta ed è dovuta alla perdita di peso della classe politica piemontese a livello nazionale. Che ciò sia avvenuto è indubbio. Basti vedere come da decenni i piemontesi siano assenti dai ministeri più importanti: il che, si può aggiungere, è un altro segno di declino morale delle sue élites. Ma la vera ragione della storia del Tav è che i piemontesi, soprattutto quelli che vivono nell’area torinese, non hanno creduto alla importanza fondamentale del Tav, non hanno creduto all’importanza fondamentale delle infrastrutture per collegare il Piemonte al resto dell’Europa.

Un punto deve essere chiaro, e lo sottolineò molti anni fa Vittorio Messori. A differenza di Milano, che è naturalmente una città al crocevia dell’Europa, e quindi dei commerci e delle industrie di ogni tipo, Torino è in una posizione secondaria. Per porla al centro dell’Europa, ci volle il genio e la tenacia di Cavour e dei governi che seguirono: con il traforo del Frejus, con le ferrovie verso il mare e verso la Lombardia. Senza queste infrastrutture Torino non avrebbe mai potuto avere la sua storia industriale.

Non avrebbe mai potuto avere il carbone e l’acciaio per produrre, non avrebbe mai potuto accedere ai mercati per le sue merci. La prosperità di Torino e di tutto il Piemonte fu davvero resa possibile da una forte volontà politica, supportata dalla grande maggioranza dei cittadini, popolo ed élites insieme. Credevano in se stessi, credevano nelle proprie istituzioni, e si aprivano con decisione al mondo.

Il ritorno del Piemonte tra le regioni più prospere d’Europa richiede che si superi la crisi morale. I piemontesi hanno tutte le qualità, tutte le competenze, ed anche tutte le risorse economiche (ricordo che la prima banca italiana ha come componente fondamentale una banca piemontese) per tornare alla prosperità. Lo devono volere. E non devono attendersi che lo sviluppo sarà innescato da aiuti esterni, che siano nazionali od europei. Non è più tempo per questo. E non è più tempo per rinunciare al proprio orgoglio.

Gianna Gancia

Al Direttore

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