Cronaca | 08 novembre 2019, 12:00

Truffa dei bengalesi, sulla scena del processo entra il mediatore, chiamato in causa dall'imputato: "Fu lui l’autore del raggiro"

Prosegue il processo sulla vicenda che portò al dissesto della Sio Automotive di Ceresole d’Alba, lasciando su una strada i 130 immigrati chiamati a pagare 2mila euro a testa per lavorare con la nuova proprietà

Truffa dei bengalesi, sulla scena del processo entra il mediatore, chiamato in causa dall'imputato: "Fu lui l’autore del raggiro"

"Talvolta capita di entrare nelle aule di giustizia col berretto di testimone e di uscirne con quello di imputato. E’ quanto auspica il mio assistito". Così l’avvocato albese Roberto Ponzio commenta l’esito della nuova udienza del processo col quale il Tribunale ad Asti sta ripercorrendo i reali passaggi che portarono al dissesto della Sio Automotive di Ceresole d’Alba, azienda meccanica al centro di una vicenda che grande clamore mediatico destò all'epoca dei fatti, nel 2013, ribattezzata nelle cronache dei giornali come la "truffa dei bengalesi".

Martedì 5 novembre di fronte al giudice Fabio Liuzzo e al pubblico ministero Donato Repole sono comparsi l’imprenditore Daniele Olivero, che nel processo è al momento l’unico imputato, con l’accusa di bancarotta fraudolenta, e le parti civili, con la Fiom Cgil di Torino rappresentata dall’avvocato Laura Martinelli e un ex lavoratore Sio tutelato da Gianluca Vitale di Torino. Non era invece presente il contabile dell’azienda, atteso come teste (sarà sentito alla prossima udienza), mentre ha integrato la deposizione già resa nella precedente udienza il commercialista di Narzole che della Sio teneva i conti: "Era un’azienda in salute", ha ribadito, dipingendo una realtà solida fino al passaggio sotto la direzione della cooperativa Rubina. Da quel momento, ha ribadito, l’azienda avrebbe accusato una serie assortita di problematiche, tra inadempienze verso clienti e fornitori a danneggiamenti causati ai macchinari da manodopera priva di esperienza. Problemi tali da portarla al fallimento nel giro di pochi mesi, mentre vano sarebbe stato il tentativo di Olivero di rimettersi alla sua guida per tentarne un estremo salvataggio.

La parola è poi passata allo stesso Olivero, che chiedendo di poter rendere dichiarazioni spontanee, ha spiegato di essere stato "ingannato dal comportamento della cooperativa", puntando in proposito il dito contro contro Pietro Ciotti. Figura che "si era accreditata come referente della stessa" e che, sempre secondo Olivero, sarebbe anche il responsabile del presunto raggiro ordito ai danni dei 130 bengalesi assunti dall’azienda dietro la corresponsione di quote da 2mila euro a testa: 260mila euro spariti nel nulla e dei quali Olivero ha ribadito di "non sapere niente".

Acquisite le dichiarazioni spontanee il giudice ha rinviato il processo alla nuova udienza fissata per il prossimo 10 dicembre, rinviando a quella data l’audizione del contabile, ma sopratutto disponendo da una parte l’acquisizione della sentenza di fallimento e la relazione del curatore della Sio Automotive (sentenza emessa nei mesi scorsi dal Tribunale di Bergamo con l’assoluzione di Olivero); dall’altra l’audizione, da effettuarsi tramite la Guardia di Finanza, di Mariana Craciun, legale rappresentante della Maricoop, altra cooperativa legata alla Rubina e convivente del Ciotti, nonché dello stesso Ciotti Pietro Paolo Bonaventura, che, sempre secondo quanto dichiarato dallo stesso imprenditore roerino, risulterebbe implicato in una vicenda analoga avvenuta in territorio francese.

"L’assunzione di nuove prove sarà sicuramente un utile contributo per l’accertamento della verità – commenta ancora l’avvocato Ponzio –. Le deposizioni raccolte ora nell’istruttoria dibattimentale indicano in Ciotti la figura centrale dell’intera operazione. La cessione di quote si è rivelata dannosa per i lavoratori bengalesi, ma anche rovinosa per la Sio, dichiarata poi fallita. Per queste ragioni la prossima udienza si prospetta senza dubbio interessante".

E. M.

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