Sport | venerdì 07 dicembre 2018, 17:23

E' morto Gigi Radice, l'ultimo allenatore capace di portare il Toro allo scudetto

E' morto Gigi Radice, l'ultimo allenatore capace di portare il Toro allo scudetto

E' un annus horribilis questo 2018 che sta volgendo al termine per i tifosi del Toro e gli allenatori cui sono stati legati i ricordi più belli dell'ultimo mezzo secolo.

A marzo, complice il cancro, ha salutato a 71 anni Emiliano Mondonico, il tecnico della sedia di Amsterdam, della storica finale di Coppa Uefa del 1992 e del trionfo in Coppa Italia dell'anno seguente. Ad agosto ha detto addio Gustavo Giagnoni, l'uomo col colbacco, il primo tecnico a riportare il Toro a grandi livelli dopo Superga, con lo scudetto sfiorato nel 1972. Oggi è toccato a Gigi Radice, il sergente di ferro, il tedesco, l'uomo che ha riportato i colori granata a vincere il campionato nella magica stagione 1975/76.

Era affetto da anni dal Parkinson e chi scrive, avendo parlato di recente con Claudio Sala, il capitano di quella fantastica squadra, era stato preparato al peggio: "Quando sono andato a trovarlo l'ultima volta, secondo qualcuno dei presenti, mi aveva provato a stringere la mano. C'era chi diceva che forse mi aveva riconosciuto, ma io penso che quelli fossero movimenti istintivi, non voluti. Che dolore vederlo così".

Con il suo calcio totale, che si rifaceva alla grande Olanda di quegli anni,Gigi Radice seppe raccogliere il meglio da quanto seminato anni prima da Giagnoni e con lo svecchiamento della squadra, l'innesto di un pensatore come 'piedone' Pecci in mezzo al campo, l'invenzione di trasformare Claudio Sala da interno ad ala destra imprendibile e imprevedibile, seppe sfruttare al massimo la vena dei "gemelli del gol" Pulici e Graziani per condurre il Toro alla conquista dell'ultimo scudetto, 27 anni dopo il dramma di Superga.

Chi ha almeno cinquant'anni e tifa Toro non può non ricordare quel 16 maggio 1976, una data che resterà incancellabile nella ultracentenaria storia granata. Radice era un allenatore giovane, che dopo una brillante carriera nel Milan chiusa anzitempo a causa di un brutto infortunio, seppe raggiungere il punto più alto con i colori granata, conquistando addirittura 50 punti su 60 nella stagione seguente, non sufficienti per battere la Juve (che si issò fino a quota 51) del suo amico ed ex compagno in rossonero Trapattoni.

Ma il pressing, che alcuni esteti dicono sia stato inventato da Arrigo Sacchi con il fantastico Milan della fine degli anni Ottanta, aveva avuto un precursore proprio in Radice. Che ebbe meno fortuna su altre piazze, ma che al Toro seppe fare benissimo in due distinti periodi, sfiorando lo scudetto anche nel 1985, nella stagione in cui Dossena e Junior erano i leader del centrocampo e Serena la punta di diamante. Poi anche quella seconda avventura, al pari della prima, si concluse alcuni anni dopo con un doloroso esonero: il suo carattere duro e spigoloso lo fece entrare in rotta di collisione con molti giocatori, problema che si sarebbe trascinato anche in altre esperienze.

Nel 1979 quella morte che è venuta oggi a bussare alla sua porta lo sfiorò nel lunedì di Pasqua, sull'autostrada dei Fiori, quando in un tremendo incidente morì il suo storico collaboratore Paolo Barison e lui rimase gravemente ferito, tanto da perdere l'uso di alcune dita. Pochi mesi dopo sarebbe tornato in panchina più volitivo di prima, anche se fortemente segnato da quanto accaduto. Di questo e di altri aneddoti hanno scritto di recente Francesco Bramardo e Gino Strippoli in un libro a lui dedicato, che è diventato quasi un omaggio alla memoria.

Con l'addio di Radice se ne va, dopo il presidente Pianelli e il direttore generale Bonetto, il protagonista di quella fantastica cavalcata di 42 anni fa. Domenica sera in Milan-Toro, le due squadre cui ha legato i momenti più belli della sua carriera, prima di calciatore e poi di allenatore, ci sarà un minuto di silenzio e in molti verseranno qualche lacrima, tra coloro che saranno presenti in tribuna.

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